La solitudine di chi soffre

«Non potrai mai capire come mi sento solo».
Gli disse questo tanti anni fa. Non riusciva a capirlo. Gli urlò contro, uscì dalla stanza sbattendo la porta mentre lui era sul letto, una lacrima dal suo occhio sinistro scavava le rughe e rimaneva intrappolata nella pelle di cartapesta. Secca come la sabbia del deserto del Sinai.
Il ragazzo accese una sigaretta, mentre si allontanava dalla casa del vecchio uomo. Perché diceva quelle cose? Perché diceva di essere solo? Ma che cazzo voleva?
E poi dirle a lui? A lui che gli era stato vicino ogni schifoso pomeriggio, che a Capodanno gli portò gli spaghetti con la salsa ai pinoli, proprio quella che piaceva a lui, in clinica.
Come poteva permettersi di dire queste cose?
Solo?
Il ragazzo si sentì inutile, maltrattato come l'asciugamani del bidet. Ti serve e poi la getti via. Solo.

Nel comodino trovò una lettera, il vecchio non c'era più, partito per l'ultimo dei suoi viaggi, forse il meno avventuroso. La casa la stavano svuotando, cose di eredità, ci si aggrappa anche ai granelli di polvere se possono valere qualcosa.
Il ragazzo, non più ragazzo, voleva dare un ultimo saluto a quella casa, e aprì il comodino. Quel cassetto aveva contenuto la vita del vecchio uomo.
Caramelle, una bibbia e un rosario, l'orologio della guerra e quella lettera.
Era nascosta, attaccata dal tempo e dalla malinconia sul compensato del cassetto.
Sopra c'era scritto: «Per il ragazzo».
Si sedette sul letto, lo stesso letto in cui il vecchio uomo era morto, e la lesse:
«Solo, nessuno può capire il mio dolore, nessuno può entrare nel mio corpo, nella mia testa che non sta funzionando. Solo io so cosa sto provando, ogni respiro è un male che ti scava da dentro e quando esce sembra il ruggito di un drago. Ti ricordi quando da piccolo, ancora più ragazzo di quello che sei oggi, dicevi così? Quando ti bruciava lo stomaco e l'esofago andava in fiamme. Io sono solo nella mia sofferenza, anche se tu vieni a trovarmi, anche se mi porti le cose buone e mi fai ridere e giochiamo a carte, io soffro. Soffrirò senza pena quando non ti riconoscerò più, quando non riuscirò più a parlarti, a sorriderti, quando il dolore diventerà così forte che io vorrò solo morire. Io voglio morire».
Il ragazzo, non più tanto ragazzo, piegò la carta ingiallita e si accorse che le mani gli tremavano. Conservò il foglio nella tasca posteriore dei suoi jeans.
 
Il ragazzo è diventato anche lui adulto. Porta con sé la solitudine di chi soffre, perché anche lui ora sta soffrendo maledettamente, ogni giorno a ogni ora. Nel reparto dell'ospedale o nel suo letto. Quando finge di sorridere, quando sta con gli altri, ma gli altri non lo possono capire.
Ora il ragazzo è un adulto solo.
La solitudine di chi soffre.