Il vecchio pugile

Nell'ultimo periodo mia nonna stava molto male, il cancro se la mangiava da dentro. Dovevamo farle delle iniezioni di antidolorifici ma a casa nessuno era capace, mio nonno conosceva un uomo che era stato infermiere e così chiamò lui.
Questa cosa per me è sempre stata magica, provate a capirmi. Due uomini con i loro mestieri diventano vecchi e vanno in pensione. Hanno lavorato anni e all'epoca potevano scegliere davvero ciò che a loro piaceva. Una volta andati in pensione non hanno mai smesso di essere professori, infermieri, avvocati. Rimanevano giovani per questo. Così quando lo vidi per la prima volta ero in corridoio la vecchia casa era buia perché era estate e così si stava più freschi e c'ero io, li vidi all'entrata, si abbracciarono come due vecchi marinai che si vedono dopo tanto tempo. Poi vidi l'infermiere dare una pacca sulla spalla di mio nonno e dirgli: "Resisti" e lui si asciugava le lacrime.
Ma non voglio soffermarmi su questa cosa melensa. Ho visto piangere tre volte mio nonno in vita sua.
L'infermiere si avvicinava alla stanza e lo osservai per bene. Aveva un nasone ammaccato, era tozzo, due spalle enormi, una pancia dura e due mani grosse come pagnotte di pane cafone. Non poteva essere davvero un infermiere, lui era un pugile. Mi ritornò alla memoria la scena di Brega che fa la siringa sul culo della Sora Lella e dice che la sua mano può essere ferro o piuma. Le mani del pugile quel pomeriggio erano piuma, ma questo mia nonna non poteva sentirlo.
Lo vidi diverse volte, veniva una volta al giorno, si abbracciavano, lo salutavo, gli preparavo il caffè, lui faceva quello che doveva fare e poi andava via.
Era stato chiamato per quello, capito? Aveva una sua missione. Poche parole, una voce burbera bruciata dalle sigarette. Incuteva anche timore. Io me lo immaginavo sul ring, mentre gli spaccavano il naso. Aveva i capelli bianchi tutti azzeccati dietro, come mio nonno, forse usava anche lui la brillantina Linetti.
Iniziai a conoscerlo meglio, si apriva ma sempre poco, non capii mai davvero chi fosse.
Poi mia nonna morì, era un pomeriggio e c'era tutta la corte dei miracoli intorno ma lei morì sola, questo posso dirvelo io.
E il pugile non venne più a trovarci, lo vidi solo al funerale qualche giorno dopo. Era solo in fondo alla chiesa, le manone sul ventre incrociate e lo sguardo triste.
Provava dei sentimenti? Chissà quante persone aveva visto morire nella sua carriera.
 
Stamattina mi sono alzato, ho abbandonato un po' la depressione, c'erano i Canned Heat con "bullfrog blues", non puoi essere triste con quella canzone. Sono sceso nella calura, nel traffico e nel caos, e passando nel vecchio quartiere l'ho rivisto.
Ora cammina con una stampella, le gambe non gli reggono più molto: "Ormai tengo 88 anni è pur normale".
Gli dico di prenderci un caffè freddo e lui mi sorride.
"Io devo chiedervi una cosa da anni".
"Sentiamo".
"Ma voi eravate un pugile?".
Lui mi sorride, due sorrisi in un giorno erano anche troppi per lui, ha appoggiato il bastone al bancone e ha mimato un uno due alto, come si faceva un tempo negli anni '50, quando il pugilato era ancora un arte.
"Io mi allenavo nella palestra che avevano i parenti dell'altro tuo nonno, era na cosa schifosa, na topaia, ma era l'unica. Ero piccolo ma forte, per tutta la guerra e qualche anno dopo. Ho fatto incontri e ho girato. Poi hanno chiuso e io mi sono dedicato ad altro."
La voce gli tremava, si volta e beve il caffè. Forse un po' triste, ma questi sono pensieri miei.
Mi dice grazie e mi saluta con un "resisti!"
Io rimango lì, al bancone, finisco il caffè, poi accendo una sigaretta e ripenso a tutti quelle cassette che vedevo da piccolo di tutti quei pugili in bianco e nero e mi piace pensare che tra quelli ci fosse anche lui.
 
Well did you everwake up withthem Bullfrogs on your mind?